Oggi, nel consueto spazio dedicato a recensioni libri e consigli di lettura, vi parlo di “La ragazza delle arance” di Jostein Gaarder, un romanzo stupendo, che ho amato molto. Tanto da ritrovarmi con gli occhi gonfi a singhiozzare…
Sì, avete capito bene. Perché avrete a che fare con poco meno di 200 pagine di una straordinaria intensità emotiva.
La trama è strutturata attorno al classico espediente della storia nella storia. Il protagonista, Georg, un ragazzo di quindici anni, scopre una lunga lettera lasciata dal padre, scomparso quando lui era ancora un bambino. Attraverso queste pagine, il ragazzo compie un toccante viaggio a ritroso nel tempo, impara a conoscere un uomo di cui ha solo un vago ricordo ormai, ricostruisce un legame che la morte sembrava aver reciso.
Gaarder, insomma, si muove fra passato e presente con disinvoltura.
E il registro narrativo si sdoppia, creando un contrasto emozionante e commovente:
- da un lato ascolterete la voce di Georg: i suoi pensieri sono ancora acerbi sul piano emotivo e hanno la leggerezza dettata dalla inconsapevolezza della giovinezza.
- dall’altro ascolterete la voce di suo padre: Jan parlerà a suo figlio, e a voi, con il tono maturo e profondo di chi ha vissuto emozioni totalizzanti. E comprenderete quale sia la vulnerabilità e la sofferenza di chi teme di perdere le persone amate.
Proprio grazie a queste voci che si rincorrono, emerge il significato profondo del libro: l’accettazione che la vita sia, inevitabilmente, un continuo scendere a compromessi.
L’autore ci ricorda che nelle nostre vite il prezzo da pagare per assaporare gioie grandi e meravigliose, è accettare la nostra ineluttabile fragilità.
Che ci si può mettere totalmente a riparo della sofferenza, solo se si sceglie di non vivere.
Insomma, questa è una lettura che riesce a essere intima e universale, che fa riflettere sul dolore e sulla bellezza imperfetta del vivere.
E vi consiglio assolutamente di recuperare questo libro.
Post by Sara P.











